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Dalle

rovine

della

penisola

metafisica

 

 

 

Università

degli Studi

di Ferrara

 

 

Aula Magna

del Rettorato

Via Savonarola, 9

Ferrara

 

 

29 novembre 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Zambrano

Il Mediterraneo e lo ‘sguardo alle madri':

a Ferrara indagato il pensiero di Maria Zambrano

Sabato 01 dicembre 2007

 

Sull'attualità del pensiero ispanico moderno, si sono confrontati Massimo Cacciari, Armando Savignano, Annalisa Buttarelli, Gerardo Picardo. Ecco le conclusioni di un'intensa giornata di lavori. Le ‘chicche' della collana ispanistica ‘Tertulia' delle edizioni ‘Saletta dell'Uva' di Caserta. Una traccia lasciata nel terreno della filosofia. Un'impronta spagnola e italiana insieme. Potrebbe essere questo il verbo abbreviato che riassume un importante evento tenutosi giovedì 29 novembre all'Università di Ferrara, che ha promosso un confronto a tutto campo sul pensiero ispanico moderno (‘Dalle rovine della penisola metafisica') e in particolare su Maria Zambrano, grazie agli stimoli arrivati dalle nuove pubblicazioni - presentate in quella sede - dalle edizioni ‘Saletta dell'Uva' di Caserta, diretta da Luigi Nunziante.

 

Il confronto ha visto al tavolo dei relatori Massimo Cacciari (filosofo e sindaco di Venezia), Paolo Tanganelli (Università di Ferrara), Isabella Tomassetti (Università di Roma ‘La Sapienza'), Norbert von Prellwitz (Università di Roma ‘La Sapienza'), Andrea Bresadola (Università di Ferrara), Armando Savignano (Università di Trieste), Francisco Josè Martin (Università di Siena), Annalisa Buttarelli (Università di Verona) e Gerardo Picardo, giornalista e saggista che ha tenuto le conclusioni della giornata di lavori nell'Aula magna del Rettorato.

 

L'intento dei preziosi saggi della collana ‘Tertulia' delle Edizioni ‘Saletta dell'Uva' è quello di dar voce a una differenza. La parola ‘Tertulia' nel 1600 era usata per indicare gli spettatori colti del teatro, oggi è invece adoperata per dire il piacere di conversare per ore con gli amici nei caffé letterari o nei cenacoli. Più in generale, è un invito al dialogo con ciò che ancora non si conosce. Con le avventure che attendono ai crocicchi delle strade, ove poche luci possono lasciare traccia.

 

Nell'assise ferrarese, il pensiero di Maria Zambrano è stato indagato a fondo, facendone emergere l'attualità di questa donna i cui Chiari del Bosco sono altra cosa dagli Holzwege heideggeriani. Da qui l'incito ad ascoltare la via filosofica della Zambrano unendola alla riscoperta della filosofia mistica, perché l'auspicio della pensatrice pagnola era che la mistica facesse ritorno non solo nella filosofia ma anche nella storia dell'Occidente, come dimostrano le frequentazioni e le ‘contaminazioni' con Elemire Zolla e Cristina Campo. Ma soprattutto, ha rimarcato Annalisa Buttarelli, dalla Zambrano "viene un contributo a cambiare la ‘forma del pensiero'. Perché la pensatrice ha rivisto la dialettica tradizionale.

 

Aveva consapevolezza che non ci può essere un cambiamento nella vita delle civiltà se non c'è anche un mutamento nella forma del pensare". È un modo particolare di declinare il Denken, che va oltre il ‘che cosa' pensare. In questo percorso - ha sottolineato la studiosa che nel 2004 al pensiero zambraniano aveva dedicato Una filosofa innamorata (Mondadori) - lo spostamento più importante è mettere le radici nel sentire. Anzi: riportare le radici nel percorso oscuro.

 

Una dimensione che va riscoperta anche se oggi, lamenta la Buttarelli, c'è per lo studio della Zambrano "un problema di custodia, archiviazione e gestione dell'eredità della filosofa, dovuta in parte anche alla Fundaciòn de Malaga".

 

La Buttarelli ha appena curato la pubblicazione della corrispondenza della Zambrano. In essa, ha detto, si vede anche una donna - prima che una filosofa - "che passava interi giorni senza mangiare. Con i pochi soldi della sua borsa di studio, riusciva a far poco. Si giadagnava allora da vivere con l'attività pubblicistica, scrivendo per giornali e riviste. La sua ‘Antigone' era la sorella, alla cui cura si è edicata giorno e notte". Eppure, in quella ‘notte oscura' per dirla con Giovanni Della Croce, la Zambrano mantenne una fiducia radicale nell'esistenza di un senso per l'esistere.

 

Anche l'esilio nelle ‘mani filosofiche' della Zambrano diventa un modo di attraversare la vita. Verso un nuovo inizio di questo mondo che cerchi la ‘deriva' dell'affidarsi alle appartenenze per riconoscersi esseri umani dignitosamente in vita. Ma la Zambrano canta anche la nostalgia dell'isola, la sua Isola, Puertocrico e Cuba. Della prima, la pensatrice vorrà sottolineare "quell'occupare così poco spazio eppure offrire così tanto. Una vita è anche questo, fecondità straripante, solitudine aperta che attende di essere consumata, dove pieni della nostra verità interore andiamo a cercare gli altri". Esegesi di vita e di poesia insieme.

 

Da parte sua, Armando Savignano ha messo in evidenza la fortuna del pensiero zambraniano diventato ormai in Italia "un ‘caso' che si studia molto e con qualità". Un invito a mettersi sulle orme di quella donna che amò e superò Unamuno, anche se "andarono insieme quella notte in esilio....". Le pagine della Zambrano, ha rimarcato Savignano, vogliono mostrare le radici popolari e mistiche dell'anima spagnola, cosa diversa dal percorso e dall'impronta di Martin Heidegger. Anzi, proprio la ragione poetica della Zambrano "è il primo principio del suo pensamiento". El Dios de la sua alba è però la storia.

 

Dove l'uomo non ha il sentire, ma è il sentire. Esperienza di lacerazione  e sogno per una speranza possibile. Una filosofia fatta di frammenti e parole, che si fa carico delle viscere del sentire, anzi - come scrive la Zambrano - delle entranãs. Il suo desantranãr des entranãs (mal tradotto in italiano con sviscerare le viscere) è un andare nel profondo delle cose". Ma anche un ripartire da Empedocle per lo scavo delle radici che restano. Le entranãs sono allora le viscere ma più ancora il fondo oscuro da affrontare e vivere con agonìa.

 

Di grande spessore teoretico l'intervento di Massimo Cacciari, maestro della filosofia del nostro tempo. Che mette in evidenza subito l'enorme differenza tra la Zambrano e Heidegger. Il pensatore di Venezia tiene anche a scandire un "grazie al coraggio di Saletta dell'Uva, che ha pubblicato questi importanti testi della filosofa spagnola. È un grande arrischio - rimarca Cacciari - ma spero vada bene". E del suo rapporto con la Zambrano, Cacciari racconta: "Quando l'ho incontrata la prima volta, a fine anni '70, ne avevo letto La Tomba di Antigone. Avevo anche cercato di pubblicarne le opere con Adelphi o con Feltrinelli, ma non mi è riuscito e anche questo ha determinato le diverse ‘uscite' del pensiero zambraniano con più case editrici, forse a scapito della sistematicità dell'opera e a volte anche della qualità del lavoro".

 

A giudizio del sindaco di Venezia, la Zambrano ha "caratteristiche che la rendono ‘inattuale' in un panorama in cui il tema dell'isola e del Mediterraneo ridiventa centrale per il pensiero e per i popoli. È in qualche modo lo ‘sguardo alle madri', l'attenzione alla radice mediterranea e al pre-logico, quest'ultimo come tema fenomenologico che dice anche il ritorno alle cose, alla ‘ideocrazia', ovvero alla costruzione di una cosa attraverso l'idea". Si torna a quello che Antonio Machado ("i suoi apocrifi -rimarca Cacciari - sono uno dei testi più belli della filosofia spagnola del Novecento"), chiama "la torbida evidenza della vita".

Significa cioè vedere l'evidenza di un vita che è torbida perché è lotta, è confine. Non c'è un potere dell'idea che ne sistemi le contraddizioni. "Il filosofo - aggiunge Cacciari - deve fare aletheia, mettere in evidenza la natura di questa ‘res drammatica', per dirla con Ortega". Il cogitare è nel senso dell'inquietudine. "Da questa base tuttavia - spiega Cacciari - emerge anche un atteggiamento morale. Sorge cioè l'etica. E il testo degli spagnoli da questo punto di vista è Don Chisciotte, il grande mito dell'Europa. L'interprete più autentico dell'esserci come res drammatica".

 

Sono le domande che bruciano, mentre la topologica accomuna Calderon ed El Greco ad altri autori più recenti. "Don Chiosciotte - è la lettura di Cacciari - è in polemos continuo con il mondo, dove polemos non è però solo lotta ma anche re-lazione. È espressione di fede creatrice e concreta, quella fede nella quale a ogni estasi corrispondono pietre e monasteri. Don Chisciotte costruisce e anela a una giustizia che venga senza retribuzione alcuna, perché non è giusto condannare. Dice perciò il superamento della dimensione del giudizio come condanna. Il mistico è chi chiede: Perché un uomo tratta male un altro uomo?".

 

Da Cacciari giunge anche l'indicazione per un'altra pista filosofica da battere: "Vedere i rapporti del pensiero spagnolo con la filosofia italiana, perché possono esserci varie relazioni. Anche se - avverte - il pensiero italiano del Novecento, con Spaventa e con Gentile ha una potenza sistematica enorme". Per Cacciari sono proprio i sistemi a chiamare all'avventura della ricerca. Almeno, sorride sornione il filosofo, "se i sistemi falliscono, va bene.

 

Avremo ben navigato". Importante anche un'altra sottolineatura giunta da Cacciari - che per ‘Saletta dell'Uva' aveva già pubblicato Magis amicus Leopardi e ora ha appena dato alle stampe Anni decisivi (un imperdibile dialogo ambientato nel IV secolo d. C. tra Ambrogio, vescovo di Milano e Simmaco, il prefetto dell'Urbe, nel decennio fatale dal 380 al 392), ovvero "il rapporto proprio della Zambrano con una filosofia fatta di parole, il sentirsi pensato da una parola che pensa.

 

È energia della parola, quintessenza di un umanesimo non sedentario o ciceroniano". Anche per tale motivo il genius loci della filosofia va rivendicato e declinato contro il pensiero unico. "E questo - taglia corto Cacciari - potrebbe avere anche un grande spessore politico".

 

A tracciare le conclusioni, Gerardo Picardo, giornalista dell'Adnkronos e autore della postfazione La storia alla radice del gesto filosofico nel libro Il freudismo, testimonianza dell'uomo contemporaneo, edito da ‘Saletta dell'Uva'. Tocca a lui rimarcare che "la filosofia della Zambrano è korismòs (differenza) che non può risolversi in un tiro di dadi. Piuttosto, è cifra del donarsi inafferabile della vita, incatturabile evento che porta con sé rischi infernali e deve restare profondamente umana".

 

L'andare nell'ingens sylva, rimarca lo studioso, "vuol dire ascoltarne il grido, compiere un viaggio alla ricerca di quella che Maria Zambrano definiva ‘una filosofia vivente', disposta a guardare l'uomo nella sua interezza e con qualsiasi vento, pronta a celebrare il chiaro come ciò che è silente, il lato esiliato della storia". Un percorso che impone umiltà.

 

Anzi sentirsi humus, un itinerario verso un diverso approccio al sapere che non si smarca dalla storia ma anzi la stana nel profondo congedandosi per brevi tratti o per pezzi robusti di strada da "quel castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto" dirà la pensatrice spagnola in Filosofia e Poesia.

 

È un "pensamiento pratico - rimarca Picardo - che guarda alla storia come ciò che concretamente le mani e l'intelligenza dell'uomo possono modificare con sacrificio e libertà, un penetrare fiduciosi le entranãs andando incontro a un "realismo come modo di trattare le cose" (El realismo espanol come origen de una forma de conocimiento).

 

Si è innamorati della storia perché la storia è senza banalità. E la caratteristica dell'innamoramento è un topos del pensiero spagnolo, da qui il rapporto con la poesia e un indizio per la soluzione del problema della libertà morale". Un camminare sempre con speranza perché vi sia uno spazio di nascite, si apra l'accesso a sorgenti vitali, si ritorni a "placente sempre vivificanti" dirà la Zambrano riferendosi alla grande tradizione del pensiero iberico. Pensiero appassionato, ma anche declinato per quelli che lei definiva gli sradicati, i perplessi, i murati, i morti viventi che affollano i sobborghi delle città.

 

"Dare nuovamente credito alla fonte buia per una forma di conoscenza che tenga conto della luce come dell'ombra delle cose - mette perciò in evidenza Picardo - significa anche porsi la questione delle radici e della fatica che il vivere comporta.

Recuperare le viscere del sentire è accettazione di pro-venire da un fondo d'ombra e in questo stesso percorso c'è già il riscatto da imposizioni inumane e disincarnate, da verità prefabbricate. Non è consentito accattare monete di consolazione. La vita, per noi come per la Zambrano, è affare dannatamente serio. La teoria pseudoteologica delle carezze, del dono che viene incontro all'esodo dell'uomo, non servono in questo cammino duro fatto di terra e di vento contrario, dove la scommessa è restare uomini. Occorre piuttosto andare là dove raggia, per pochi istanti soltanto, un'alba di speranza umana e tutta umana. Non a caso il Don Chisciotte presenta nel suo incipit tutto il senso del cammino: ‘Sarà stata più o meno l'alba quando Don Chisciotte iniziò il cammino...".

 

Qui thauma ha il senso di meraviglia certo, come nella tradizione filosofica da Platone in poi, ma è anche la meraviglia per l'estraniante, per ciò che è strano, per l'inatteso che sovverte, secondo la lezione di Severino". Soprattutto, rimarca il ricercatore, è un tornare a quel Seneca che è fondamentale per la Zambrano. Perché - scriverà la filosofa, "Seneca è colui che si rivela come padre e in questo suo essere padre c'è la sua essenza spagnola". Un padre che ha cura del figlio perché ne indaga anche la parte eretica.

 

Ecco la ragione per cui ri-farsi o ri-declinare alcuni temi della Zambrano significa avvicinarsi a "quell'uomo europeo che non è disposto a lasciarsi divorare dal rovo ardente, che non si lancia in pasto agli dèi, neppure al Dio che si offrì in pasto per lui, ma vuole invece fondare la propria storia" (L'agonia dell'Europa). Ecco ancora perché, conclude Picardo, "Aurora, sorella della Notte, guida il viaggio verso l'umano della Zambrano che è poi l'umano dell'Europa e dei popoli liberi, dell'entranãs di ogni tempo che è lotta perenne. Tracce che portano a un realismo di rivoluzione e di misericordia insieme. Non ne siamo ancora stanchi".

 

Redazione Agenzia Radicale

 

 

 

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